
Interview with Roberto Chiesi on Pier Paolo Pasolini
in Italian
by Rainer J. Hanshe
Conducted December 2007
Si è detto che ho tre idoli: Cristo, Marx, Freud. Sono solo formule. In realtà, il mio solo idolo è la realtà. Se ho deciso di essere un regista oltre che uno scrittore è perché, piuttosto che esprimere questa realtà con quei simboli che sono le parole, ho preferito il cinema come mezzo di espressione
—per esperimere la realtà per mezzo della realtà...
—Pasolini
Non credo in un Dio trascendente, ma poiché la realtà è un’apparizione divina,
allora la realtà stessa è Dio.
—Pasolini
La morte—la morte di cui ti parlo—non è la morte che segue la tua caduta, ma quella cheprecede la tua apparizione sul filo. È prima di arrampicarti in cima che muori. Colui che sa danzare sarà morto—ricurvo su ogni bellezza, capace di tutte. Quando appari, un pallore—no, non parlo di paura, ma del suo contrario, un'audacia invincibile—un pallore ti ricoprirà… Ma fai in modo di morire prima di apparire, così che un uomo danzi sul filo.
—Jean Genet
Pensiamo alla vita spirituale come a bellezza e pace e fuga dalla violenza. Ma anche la verità è violenta. In realtà, è l’unica violenza che c’è. Il solo potere che esiste è il potere di questo flusso, perché esso crea il mondo dei sensi... Ciò che chiamiamo violenza è quanto accade quando ci attacchiamo a delle idee fisse e blocchiamo il violento potere della realtà.
—Peter Kingsley
“Io sono”—dichiara Pasolini in “Poesie Mondane”, una poesia di Bestemmia “una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d'altare, dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, dove sono vissuti i fratelli. Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone”. In questa proclamazione, Pasolini si colloca contro il proprio tempo nel senso più radicale, rimanendo tuttavia, in questa sua postura, assolutamente a favore del proprio tempo. Storia, tradizione, cultura antica, religione, villaggi abbandonati e ricerca scientifica sono solo alcune delle passioni di Pier Paolo Pasolini, e la fedeltà verso di esse contribuì alla critica illuminante che egli mosse al suo tempo. Eretico fra gli eretici, Pasolini appicca il fuoco nei tempi sacri e in quelli profani. Da queste ceneri, e secondo diversi modi di espressione, ha dato vita a una poesia appassionata e fiera.
Perlomeno per alcuni, l'attitudine di Pasolini non è stata inattuale in un senso positivo, ma piuttosto anacronistica, se non reazionaria. Questa critica, però, dietro la sua maschera di radicalismo, tradisce conformismo, il pensiero di caricature mummificate che tentano di ghermire l’animale che si rifiuta di camminare nel branco. Ogni “gregge” pensava che Pasolini appartenesse al proprio ovile, quando invece era un “changelin” che non poteva essere catturato. I “greggi” erano dottrinari nel loro pensiero e Pasolini trovava una tale sistematicità di pensiero un anatema; disprezzava i marxisti dogmatici così come gli ateisti dogmatici. Per coloro che videro nella sua aderenza alla tradizione una forma di conservatorismo, tale aderenza, se così si può chiamare, era proteica e metamorfica; al di fuori della tradizione, fu veramente innovativo laddove altri rimasero intrisi di ressentiment, nella loro vuota ribellione contro la forma e la tradizione. Con la sua natura estremamente camaleontica, nel continuo riaggiustamento di se stesso e del proprio lavoro, Pasolini differiva profondamente da ogni conservatorismo, che mai si sottoporrebbe a rivoluzioni così intense o permetterebbe un’autoriflessione così rigorosa. Nonostante fosse comunista, Marx non era il suo maestro, né il suo rifiuto di credere fu ateo; piuttosto, si aggirò come un cane sciolto, pronunciando “bestemmie” non solo contro il papato, ma anche contro il cinema, la letteratura, e anche contro il marxismo. Quale altro artista “comunista” potrebbe vantarsi non solo di radicalizzare Cristo in un’opera cinematografica, ma di essere contemporaneamente condannato ed elogiato dal Vaticano? Nella sua diversità, nel creare opere partendo dai miti greci, da un canto, dai racconti della tradizione araba e dal Marchese de Sade, c'è traccia di una grande intelligenza. Come per il protagonista di La Jongleuse di Rachilde, o come per il funambolo nei Fragments of the Artwork di Genet, l’abilità di Pasolini viene dal pericolo, dal vanificare e oltrepassare i limiti; oppure è stato pericoloso per la sua stessa abilità, per la sua incapacità di restare “nei limiti”. “lo non ho alle mie spalle—scrisse in un’altra occasione—nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall'essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca.” Il titolo del suo libro è calzante e caratteristico. Se uno dovesse dare un titolo a Pasolini, bestemmiatore potrebbe forse essere il nom de guerre più appropriato.
L’occasione di questa intervista, condotta per e-mail, è stato l’evento Pier Paolo Pasolini—The Ashes Poet, una celebrazione organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di New York e dalla Fondazione Aida in collaborazione con diverse altre organizzazioni italiane. Heretical Epiphanies: The Cinematic Pilgrimages of Pier Paolo Pasolini è stato il contributo della Film Society del Lincoln Center all’evento, che ha compreso recital di poesie, conferenze, spettacoli teatrali, seminari e incontri con artisti e studiosi. Non è forse questo il momento per una celebrazione, o forse, più appropriatamente, di una invocazione a Pasolini e al suo spirito radicale? La nostra promessa, se ne abbiamo una, è il futuro. Per ora, l’eredità di Pasolini è una traccia che ci sprona a pensare in un’epoca estremamente decadente e nichilista. Pasolini è stato un poeta nel senso greco della parola: uno che fa, crea, produce, compone, scrive, e gli eventi hanno testimoniato il suo molteplice talento; soprattutto, è la poesia a marchiare e a permeare ogni impresa di Pasolini. Una poesia della trasfigurazione che ha cercato, con urgenza, di superare l’ideologia. Il canto di un eretico, l’ateismo sacro di un viandante folle privo di maestri. Questa urgenza non deve forse essere presa sul serio?
Roberto Chiesi è nato a Bologna, dove vive tuttora. Ha conseguito la Laurea in Lettere Moderne all’Università di Bologna. È curatore del Centro Studi—Archivio Pier Paolo Pasolini, Cineteca Bologna, presso il quale lavora dal 2004. Il Centro Studi è stato fondato da Laura Betti, intima amica e, dopo la sua morte, devota e instancabile portavoce di Pasolini. Laura Betti, inoltre, ha recitato in numerosi lavori di Pasolini, così come in film di Rossellini, Bertolucci, Marco Bellocchio e dei fratelli Taviani. Una delle sue ultime apparizioni è stata nei panni della Contessa Celi Sanguineti ne Il Quaderno della spesa di Tonino Cervi. È autrice, fra altre opere, di Teta Veleta, e ha concepito e curato Pier Paolo Pasolini: A Future Life.
Chiesi collabora come critico cinematografico a riviste quali Cineforum, Segnocinema, Cinecritica e Cinemasessanta. È autore di numerosi libri sul cinema, fra cui Jean-Luc Godard, (Gremese, Roma, 2003), Alain Delon (Gremese, Roma, 2002) e Gérard Depardieu (Gremese, Roma, 2005). Suoi saggi sono stati pubblicati in: Pasolini und der Tod [Pasolini e la morte] (Pinakothek der Moderne, Monaco di Baviera, 2005), Pasolini. O sonho de uma coisa [Pasolini. Il sogno di una cosa (Cinemateca Portuguesa—Museu do Cinema, Lisbona, 2006) e Progetto Petrolio (Clueb, Bologna, 2006). Inoltre, ha curato le monografie: Hou Hsiao-hsien—Cinema delle memorie nel corpo del tempo (Le Mani, Recco, 2002), Marcello Mastroianni, attore di teatro (Cineteca di Bologna-Le Mani, 2006) e Pasolini, Callas e “Medea” (FMR—Franco Maria Ricci, Bologna, 2007).
Vorrei ringraziare Cecilia Cinelli e Eleonora Pasqui per aver “orientato” questa intervista e per una prima traduzione di queste domande in italiano e delle risposte di Roberto Chiesi in inglese. Un ringraziamento particolare va a Marcella Tarozzi-Goldsmith, per la sua accurata revisione delle traduzioni, e a Mattia Riccardi, che le ha perfezionate. Infine, vorrei esprimere la mia gratitudine a Roberto Chiesi per il tempo dedicato a questa intervista intercontinentale.
Nietzsche Circle: Il moderno inferno che Pasolini ha raccontato nella sua opera con tanta acutezza sussiste ancora oggi: sebbene sarebbe eccessivo paragonare i nostri tempi all’era fascista, i problemi fondamentali che Pasolini criticava restano i nostri problemi: neocapitalismo, consumismo di massa,la scomparsa o eliminazione di culture autoctone ecc. È un momento perfetto, quindi, se non cruciale per rendere omaggio a Pasolini. Che cosa ha portato alla creazione di Pier Paolo Pasolini Poet of Ashes? Perchè questa celebrazione oggi?
Roberto Chiesi: I fenomeni che lei ha citato sono cruciali nell'ultima fase dell'opera di Pasolini e costituiscono senz'altro i motivi della sua attualità. In realtà, Pasolini credeva che il livellamento prodotto dal consumismo fosse l'espressione di una nuova forma di fascismo che però non aveva più senso definire con la vecchia terminologia politica (P. usava però l'espressione “fascismo tecnocratico,” per alludere al culto indiscriminato della tecnica, per esempio).
In realtà “Poet of Ashes” non vuole essere una celebrazione ma un'occasione utile per approfondire alcuni motivi dell'opera e del pensiero di Pasolini e per ritornare a vedere i suoi film, a rileggere i suoi scritti. Quindi non una celebrazione ma una retrospettiva, una rilettura, un ritorno all'universo di Pasolini 32 anni dopo la sua morte.
NC: In Appunti per un’Orestiade Africana, Pasolini ha scritto che i problemi non sono crisi che uno risolve ma crisi che uno vive, pensando i problemi nel loro senso filosofico. La massima che informa la trilogia di Eschilo, páthei máthos, “imparando soffrendo,” è un tema significativo che è forse caratteristico o centrale nel pensiero di Pasolini, particolarmente se si pensa alla sofferenza come a una passione, come la Passione di Cristo, o, parlando della passione primordiale,, la passione di Dionisio. In questo ritorno o meditazione sul lavoro di Pasolini, cosa si può dire secondo lei, sui problemi esistenziali? Per esempio, come vivere con il problema del nuovo tipo di fascismo che il consumo di massa ha fatto nascere, o come vivere con il problema di essere ateo in un mondo che sta diventando sempre più fondamentalista in tutte le sue dimensioni?
RC: Nella frase che conclude il film “Appunti per un’Orestiade Africana” credo che Pasolini volesse evitare un facile e consolatorio ottimismo, per rivendicare la necessità che si presentava agli stati africani, appena costituitisi, di convivere con i problemi, ossia di affrontarli ma senza illudersi di poterli risolvere in breve tempo. Naturalmente questo discorso può valere anche su un piano individuale. L’opera e il pensiero di Pasolini mostrano i segni costanti di una dialettica fra la ragione e le viscere, fra la passione e la sofferenza, che è affrontata secondo le parole dello stesso Pasolini “vivendo,” con “verità parziali, giorno per giorno” ma “senza speranza,” perché la parola “speranza” è intesa come un alibi. Per sintetizzare, è la “disperata vitalità” che è ormai diventata quasi una formula, una frase fatta, ma che, nei suoi termini profondi, è ricca di sfumature, di contraddizioni.
Per quanto riguarda la vita “negli anni del nuovo fascismo” e della recrudescenza dell’integralismo religioso, credo che la risposta Pasolini l’abbia data con le sue ultime opere: analizzando il presente con una critica che non concede attenuanti né agli altri né a se stessi e dove la ragione si confronta continuamente con la visceralità delle passioni (e viceversa). È disobbedendo continuamente a chi pretende di imporre regole e codici coercitivi.
Credo quindi che, in sintesi, Pasolini pensasse che si debba mantenere un costante e inflessibile spirito critico (comportandosi, poi, di conseguenza) e, d’altra parte, bisogna rifiutarsi di sottomettersi a qualsiasi forma di “nuovo ordine” che venga imposta dall’alto. Un rifiuto che esclude la violenza e si affida alle armi della dialettica.
NC: Mentre Pasolini ha tentato di rifiutare o di resistere alla violenza e di usare invece“le armi del dialogo,” i dialoghi o le discussioni possono essere polemici e istigare o condurre alla violenza. Penso ci sia un implicito pericolo nell’intensità nel dialogo di Pasolini, un pericolo necessario e positivo, in quanto può portare al sovvertimento o alla distruzione di strutture solidificate oppressive ed egemoniche.
Nello smantellamento delle strutture religiose o politiche, è necessario affrontare verità “sismiche.” La distruzione di questi antichi edifici, in sostanza edifici linguistici, i quali sono le colonne portanti delle nostre realtà, è un azione violenta, nonostante possa portare ad una trasformazione. Per molti é molto difficile sopportare tali analisi interiori, poiché esse spesso conducono, come diagnosticato da Nietzsche, al nichilismo. Le necessarie metamorfosi che ne seguono hanno bisogno di molto tempo per esprimersi, sempre che le persone siano in grado di esprimerle.
Non è questa la ragione per la quale scrittori e artisti come Dostoevskij, Nietzsche, Pasolini ecc sono temuti dallo stato? Pasolini può essersi battuto contro la violenza fisica, ma doveva essergli chiaro cosa stava aprendo con il suo pensiero.
RC: Il dialogo, anche polemico, che Pasolini ha sostenuto con la società del suo tempo era sempre teso a denunciare i mutamenti nocivi innescati dai processi sociali. Non voleva, quindi, smantellare lo stato e distruggerne le istituzioni, ma migliorarle, renderle più civili e più sensibili alle condizioni degli umili. Da qui discendono anche alcuni elementi di contatto con le frange più avanzate del mondo cattolico, anche se Pasolini si professava marxista. Sintetizzando in termini molto banali, Pasolini è stato uno di quegli artisti, di quegli intellettuali italiani che si sono battuti per la maturazione della società italiana e per un modello di comunismo (in chiave europea e italiana, sia chiaro, nulla a che vedere con il modello sovietico), contro la continuità tra regime fascista e regime democristiano. I suoi interventi sono divenuti più aspramente polemici quando si è reso conto che il regime democristiano era stato assorbito da un trionfo indiscriminato del consumismo e che l’idea di popolo, in nome della quale si era battuto per anni, non esisteva più, perché il popolo era stato spazzato via (anzi era stato omologato) dalla piccola-borghesia, che era divenuto l’unico modo di essere uomini. Quindi negli ultimi anni, Pasolini si batteva per la difesa di realtà particolari, quale poteva essere la sopravvivenza dell’Italia rurale, dell’Italia popolare, pur essendo perfettamente consapevole che si trattava di una battaglia persa in partenza. Non c’era nessuna violenza nella polemica di Pasolini contro la società del suo tempo, ma, al contrario, adottava la ragione contro la barbarie (e la violenza) del consumismo e del neocapitalismo.
NC: Con la recente ripubblicazione dei racconti brevi, delle novelle e delle poesie di Pasolini in inglese, è evidente che ci troviamo al centro di una nuova e vigorosa rievocazione del suo lavoro. Empirismo Eretico (tradotto e pubblicato in inglese per la prima volta nel 1988) è stato ripubblicato nel 2005, mentre Pasolini e la morte al quale lei contribuì e lavorò come curatore, è stato pubblicato in occasione del trentennale della morte dello scrittore. L’occasione di questa intervista è senz’altro la più recente rievocazione di Pasolini, per la quale, tra le altre cose, lei ha curato e contribuito a Pier Paolo Pasolini Poet of Ashes. Chiaramente, lei si è dedicato alla diffusione delle opere di Pasolini. Che cosa ci può dire sui due ultimi volumi sui quali lei ha lavorato, e riguardo al suo coinvolgimento nel lavoro pasoliniano?
RC: In realtà, io non sono uno dei curatori di Pasolini and Death, ma ho solo scritto un saggio che è raccolto in quel volume. La curatela è di Bernhart Schwenk e Michael Semff della Pinacoteca di Monaco. Il mio contributo riguarda un aspetto che credo importante nell’opera di Pasolini: la visionarietà, la dimensione onirica e appunto visionaria, come forma per ripercorrere il proprio passato individuale (mi riferisco ad alcune poesie dove Pasolini evoca la propria “vita interiore”) e per mostrare i fenomeni che si stanno verificando nella realtà attuale (cfr. Petrolio).
Invece il volume Poet of Ashes, che ha avuto un apporto fondamentale da parte della cugina di Pasolini, Maria Grazia Chiarcossi, è un’antologia di testi di Pasolini e di studi che riguardano ogni aspetto della sua opera (poesia, narrativa, teatro, cinema, saggistica) per offrire al lettore statunitense un’idea della ricchezza e complessità di motivi dell’opera di Pasolini. È come una piccola guida che dovrebbe stimolare il lettore ad addentrarsi nell’opera di Pasolini, a leggere i suoi libri (i pochi che purtroppo sono stati tradotti negli Stati Uniti) e a vedere i suoi film. In generale, credo che l’interesse dimostrato in tutto il mondo (e, recentemente dagli USA in particolare) sia un segno, un’ulteriore conferma della grande vitalità dell’opera di Pasolini e della sua forte, intensa “inattualità.” Inattualità nel senso che è stato il poeta di un mondo che non esiste più (in sintesi, il mondo antico preconsumistico); e tanto più quel mondo si allontana da noi, tanto più diviene necessario ritrovarlo nelle parole e nelle immagini di Pasolini. Come una memoria culturale e poetica essenziale per la coscienza di ogni individuo.
NC: In Pier Paolo Pasolini Poet of Ashes, il libro che lei ha curato con Andrea Mancini, Paolo Volponi ha dichiarato che le opere di Pasolini e la vita “sono la luce e la sostanza di cui la nostra cultura necessita per la costruzione della democrazia.” La vita e le opere di Pasolini hanno agito come forza nel costruire la democrazia in Italia, e continuano a farlo?
RC: Sì, le opere di Pasolini sono state un contributo fondamentale per la cultura italiana. Credo che, sul piano concreto, l'effetto più significativo lo abbiano avuto su quelle migliaia di giovani che oggi come ieri lo scoprono, lo leggono, lo studiano con interesse e passione. Come ho potuto constatare, la scoperta di Pasolini ha su di loro delle conseguenze importanti nell'ambito della loro formazione non solo culturale ma sociale e umana.
NC: L’opera di Pasolini è rimasta una forza provocatoria in qualche modo pericolosa, se si può dire, in Italia? Oppure è oggi una parte “rispettabile” e radicata della cultura ufficiale, o addirittura un aspetto che è stato fatto proprio dal consumismo a cui lui ha vigorosamente cercato di resistere?
RC: Lo stesso Pasolini era consapevole che una parte della sua opera sarebbe stata “consumata” e “mercificata” dall'industria culturale. Questo è avvenuto più volte durante la sua vita. Ma era anche consapevole che una parte essenziale sarebbe rimasta al di fuori di un processo di “normalizzazione.” Esistono aspetti dell’opera di Pasolini che resistono ad ogni processo di questo genere (basti pensare al film Salò). I tentativi degli eredi dei suoi nemici di un tempo (neo-fascisti e la destra in generale) di “impadronirsi” di Pasolini tradiscono subito la malafede, l’approssimazione e l’incompetenza di chi intraprende queste operazioni.
NC: Per quanto riguarda le tematiche socio-politiche, l’opinione su Pasolini si è spesso vista divisa, il suo lavoro è stato criticato e rivendicato sia dalla sinistra che dalla destra e continua ad esserlo tuttora. La sua opera si presta realmente ad entrambe le posizioni? L’appropriazione di Pasolini da parte della destra è un’appropriazione miope, una lettura selettiva che è tesa ad essere adattata alle loro posizioni? Lei trova che i punti di vista pasoliniani siano temi talmente ambigui da permetterlo, oppure sono sufficientemente “autoriflessive” da opporsi a tali interpretazioni?
RC: Io non credo affatto che i temi di Pasolini siano ambigui. Credo che siano complessi e quindi, spesso contraddittori. D’altra parte, la coerenza non appartiene alla realtà e invece Pasolini era profondamente radicato nella realtà concreta dei fenomeni. Il pensiero di Pasolini, proprio perché complesso, non è etichettabile secondo facili schemi di “destra” o di “sinistra.” Era un pensiero spregiudicato, quindi non obbediva alle ideologie supinamente. Anche le sue prese di posizione sulla contestazione studentesca, sull’aborto e sull’omologazione degli italiani, che sono parse a molti “di destra,” in effetti presentano sfaccettature troppo complesse rispetto alle banalizzazioni (più o meno interessate) di cui sono state oggetto.
NC: Contrariamente a molti marxisti, Pasolini trovò o comprese che la mitologia era di importanza cruciale per la vita; come Nietzsche e Bataille, Pasolini ebbe un preponderante interesse per il “sacro,” per la configurazione di una nuova modalità del sacro successivamente alla morte di Dio. Se attraverso le “armi del dialogo,” il monoteismo, per esempio, viene sventrato di significato, una volta usciti da quella crisi dobbiamo inventare “festival di espiazione” e “giochi sacri” come dice Nietzsche ,perché l’ateismo è solo una fase transitoria, da oltrepassare. Come, a suo parere, l’opera di Pasolini può rispondere a questa crisi?
RC: Credo che nel Sacro Pasolini identificasse quegli aspetti irrazionali che appartengono alla realtà. Il sacro si identificava anche alle culture antiche, pre-borghesi, che Pasolini amava e di cui soffriva l’estinzione rispetto alla vittoria di quel tipo di laicismo che è tutt’uno con il consumismo. Penso che da una parte, il suo profondo interesse per il Sacro avesse a che fare con motivi di ispirazione poetica e, dall’altra, derivava dal suo amore totale (ideologico ma anche sensuale e fisico) per il popolo, inteso come una realtà arcaica che ha una cultura fondata anche su elementi irrazionali quali, appunto, la religione.
NC: “La letteratura—ha scritto Deleuze—è lo sforzo di interpretare, in un modo ingegnoso, i miti che noi non comprendiamo più.” Deleuze credeva che in questo momento di noncomprensione, in cui abbiamo perso la capacità di sognare o riprodurre i miti, abbiamo creato la letteratura. Il cinema, o meglio il cinema di Pasolini, funziona in modo analogo; ma Pasolini utilizzò, oltre ai tanti testi classici, anche testi mitologici attuali, per interpretare il mondo contemporaneo. Lei pensa che Pasolini, con il suo cinema, ci ha fornito l’interpretazione di miti, che per molti il suo cinema sostituisce la mitologia come Deleuze crede abbia fatto la letteratura, o che interpreta qualcosa che a molti risulta ormai incomprensibile o estraneo?
RC: Sì, il cinema per Pasolini ha avuto anche quel significato. È stato anche un veicolo per confrontare lo spettatore contemporaneo ai miti del passato. Il mondo mitico rievocato in modo fantastico in alcuni film si riflette sul mondo contemporaneo, illuminandone alcuni fenomeni (come la caduta della sacralità e il trionfo dei valori prosaici), che, in film come Edipo Re e Medea, sono da decifrare. È significativo che, col tempo, proprio i film che all’epoca risultarono più ostici, più difficili, come appunto Medea (1969), siano cresciuti di importanza.
NC: Werner Herzog ha spiegato a che cosa si riferisce con “simbolismo inadeguato della civiltà di oggi”; le nostre immagini, dice, sono “esaurite,” “abusate,” “inutili” e “stanche.” In ciò Herzog sente l’emergere di “qualcosa di pericoloso.” Per lui la mancanza di un adeguato simbolismo, ed “adeguato” è sicuramente troppo debole come aggettivo, “è un pericolo della stessa magnitudo” del potere nucleare, del sovrappopolamento del pianeta e della distruzione ambientale.
“Se noi non sviluppiamo immagini adeguate” conclude “scompariremo come i dinosauri. Abbiamo bisogno di immagini conformi alla nostra civiltà.” Lei crede che i film di Pasolini ci offrano immagini che siano vitali ed energiche, immagini che nella loro qualità mitica siano sufficientemente mutevoli da suscitare nuove interpretazioni e annullare il destino che Herzog dice potremmo subire?
RC: Sì, certo. Credo che il dramma cui si riferisce Herzog (esprimendosi in termini un tantino apocalittici) riguardi il cinema di oggi, l’immaginario attuale. Mi sembra che questo genere di discorsi riappaia regolarmente ogni dieci anni. Io credo che esistano anche oggi autori che creano o evocano immagini pregnanti e vitali. Il pericolo più urgente, oggi, mi sembra quello che vengano sommerse o ignorate dalle immagini banali del cinema globalizzato, forse oggi più potente di ieri, anche perché è un’emanazione della televisione, che oggi è immensamente più potente di 40 anni fa.
NC: Che cos’ha in mente per il futuro? Ci sono altre pubblicazioni di Pasolini sulle quali sta lavorando al momento? O altro materiale a riguardo?
RC: Sto lavorando ad un libro dedicato al film La rabbia, che Pasolini realizzò nel 1963. E’ un film molto particolare perché interamente basato sul montaggio di materiale di repertorio (cinegiornali degli anni ‘50s/‘60s), commentati da un testo “lirico” e “politico” (a tratti con toni da pamphlet) che analizza il quadro della società italiana (ma anche internazionale) all’epoca della Guerra fredda. E’ il primo, importante esperimento di un cinema in forma di saggio poetico da parte di Pasolini. La Cineteca di Bologna lo ha recentemente restaurato e nei prossimi mesi riuniremo una serie di documenti, testi, interviste e saggi critici per approfondire i temi e l’originalità stilistica del film, nonché la [sua] strana diffusione (il film fu fatto sparire dopo poche proiezioni). La rabbia, in realtà, comprendeva due film: oltre a quello di Pasolini, anche un film dello scrittore Giovannino Guareschi, l’autore di Don Camillo. Il suo film era di uno stile completamente opposto a quello di Pasolini, che reagì con violento sdegno alla visione del film di Guareschi, ritenendolo razzista, greve, grossolano e fascista. Il libro, che sarà edito dalla Cineteca di Bologna, raccoglierà testi e interviste di Pasolini sul film, oltre a saggi critici che ne analizzeranno la storia, i caratteri stilistici e tematici.
© Rainer J. Hanshe and The Nietzsche Circle, 2008
(published in Hyperion: On the Future of Aesthetics, a web publication of The Nietzsche Circle: www.nietzschecircle.com, April 2008)
To read the interview in English, click here.


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